Due incontri per condividere spunti, riflessioni e impressioni a partire da un’opera del regista giapponese
Con Davide Bersan

Venerdi 14 e 28 ottobre 2016
ore 20.30

L’itinerario attraverso le opere di Yashuijiro Ozu questa volta riguarderà Viaggio a Tokio ritenuto unanimemente uno dei suoi capolavori e quasi sempre presente nella classifica stilata periodicamente dai critici sui migliori film della storia del cinema. Solo per questo meriterebbe la nostra attenzione ma l’intenzione, come ormai di consueto, è farne una lettura critica e stimolante così da approfondire la visione del regista giapponese e lasciarci guidare a quegli accostamenti, riflessioni e scoperte che è proprio dell’arte saper suscitare.
La trama di Viaggio a Tokio è molto semplice e si adatta perfettamente ad un cinema che privilegia le atmosfere interpersonali, l’attenzione per la natura e i contesti e la compostezza delle immagini. Il filo conduttore si dipana a partire dalla decisione di una coppia di anziani di andare a far visita probabilmente per l’ultima volta ai figli e alle loro famiglie ormai sistemati nella capitale. Il viaggio non sarà senza conseguenze rispetto alle loro attese, agli affetti e all’unità familiare. Tokio è una città in preda a una febbrile attività di ricostruzione post-bellica dove i ritmi di lavoro sono intensi e frenetici, i rapporti umani frettolosi, spesso competivi. E’ inevitabile che questa realtà abbia contaminato anche il modo di vivere dei cari figli della coppia Hirayama ma qualche sorpresa li attende.

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Tra le opere di Yashuijiro Ozu “Viaggio a Tokio” è ritenuta anche dalla critica occidentale non solo una delle migliori ma anche una pietra miliare della storia del cinema mondiale. Date queste premesse credo sia opportuno spogliarsi per quanto possibile di pregiudizi e aspettative per lasciarsi condurre nella visione del film dal ritmo lento della narrazione e dalla bellezza delle immagini che il recente restauro ci ha restituito. Si rischierebbe di rimanere delusi rimanendo attaccati a dei criteri troppo occidentali che privilegiano la storia o dei messaggi che essa deve veicolare.
Se proprio dobbiamo cercare un messaggio all'interno della narrazione potrebbe essere sintetizzato nel proverbio che ricorre almeno due volte nell’ultima parte e impensierisce il terzo figlio Keizo "A che serve fare il letto al morto?" e che in altre parole può essere espressa "meglio servire i genitori finchè sono vivi" ma evidentemente sarebbe troppo riduttivo ricondurre il film di Ozu a questo unico tema. In effetti “Tokio monogatari” che andrebbe tradotto “Una storia di Tokio” è un'opera ricca di allusioni e premonizioni, di rimandi e significati che si rivelano a poco a poco, in cui le sequenze si richiamano l'una con l'altra e il tutto forma una trama intessuta finemente i cui fili dopo aver compiuto il loro percorso si ricompongono in un quadro unitario. Non essendoci quadro senza una cornice che lo circonda e lo abbellisce possiamo apprezzare il rigore formale del regista nel fare di ogni sequenza una composizione di immagini quasi completa in sè stessa che pur ponendosi in una continuità l'una rispetto all'altra producono nello spettatore anche l'impressione di "stacco", di una certa discontinuità che però viene subito smussata dalla gentilezza del suo peculiare tratto narrativo.
L'attenzione al contesto e all'ambiente in cui si muovono e interagiscono i protagonisti ci situa in loro compagnia dandoci la possibilità di assaporare il clima e l'atmosfera che circonda le loro vicende che si snodano attraverso lo scorrere lento del quotidiano.
Le piccole storie di ogni giorno con i loro dialoghi semplici e pieni di sottintesi, dove il non detto supera di gran lunga ciò che viene espresso, acquistano un significato corale. Non è il singolo infatti ma la famiglia a essere protagonista e la coscienza sofferente ma serena di Shukichi e Tomi che ci appare come la superfice di un lago di montagna che presenta solo quelle pressochè impercettibili increspature celando ciò che agita le sue profondità, non fa altro che da suo catalizzatore e rappresentante.
Le speranze, le trepidazioni, le ansie, le delusioni e i dispiaceri della coppia di anziani fungono da cassa di risonanza di una grave crisi che attraversa l'istituto familiare fino a dissolverlo quasi totalmente. Ozu stesso in un’intervista a proposito di questo film ha parlato effettivamente di “disgregazione” della famiglia giapponese. Ma si sbaglia chi volesse vederci un atteggiamento improntato al pessimismo e al nichilismo catastrofista riguardo i legami famigliari. Non lo troverà, lo sguardo di Ozu è comunque positivo e accompagna il travaglio di queste persone attraverso un equilibrio che riesce a tenere insieme il distacco dai suoi oggetti e un pathos discreto e sommesso.
Mentre vede tramontare un mondo non sa ancora con che cosa esso verrà sostituito e attraverso la posizione estetica tipica di una certa tradizione nipponica conosciuta come “mono no aware” sceglie di contemplarne la bellezza nel momento in cui ne vede la fugacità. La precarietà di ciò che è destinato a soccombere come tutte le cose ad un ineluttabile cambiamento (“mu-jo”, l'impermanenza) rende tutto ciò ancora più saturo di quel fascino fragile e struggente la cui contemplazione provoca quel sentimento particolare di commozione e nostalgica tristezza.
Ma ciò in Ozu trascende la situazione particolare per collocarsi in una dimensione più ampia ed esplorare dimensioni che vanno al cuore dell'umano. Così la famiglia di Shukichi e Tomi diventa paradigma del vivere e del trascorrere dell'esistenza dentro un orizzonte e un'afflato che sconfina nell'universale.


La società giapponese così come tutte le società tradizionali ma con caratteristiche ancora più marcate e peculiari si caratterizza per l’importanza che annette al gruppo sociale rispetto al singolo individuo. Il gruppo sociale come comunità organizzata di persone unite dallo stesso obiettivo, dagli stessi scopi e valori che ha costituito il nucleo di base su cui costruire tutto l’edificio della nazione nipponica è la famiglia, intesa come grande famiglia (ie) o gruppo familiare. Oltre ai legami del sangue che tenevano insieme i membri di almeno tre generazioni (i genitori del figlio primogenito, il primogenito la moglie e i loro figli, nonchè i fratelli e sorelle non ancora sposati, eventuali nipoti..) erano accettati anche legami di “elezione” quando un membro esterno veniva designato erede e successore del capofamiglia in mancanza di un erede maschio all’altezza del compito. Poteva essere un genero, marito di una delle figlie particolarmente dotato per portare avanti il nome della famiglia.
Era chiaro che al primo posto nella scala dei valori tradizionali era la sopravvivenza del nome e dell’onore della famiglia a cui erano sacrificate anche le giuste esigenze del singolo. C’era un bene superiore a prevalere sul bene dell’individuo che trovava dentro quel bene collettivo il proprio posto e il senso del proprio sacrificio. Era questo uno dei cardini della morale confuciana importata in Giappone dal vicino suolo cinese nel VI secolo. Il singolo valeva in quanto membro e parte di quel gruppo sociale gerarchizzato e fuori da esso la sua vita non aveva molto senso. Era come un vagabondo, un randagio, un ronin, come erano chiamati i samurai che non avevano più un signore da servire e vagavano senza meta alla ricerca di un nuovo signore che li assoldasse alle proprie dipendenze.
E’ alla luce di tale cultura tradizionale (oltre che della mistica zen) che sancisce la superiorità della comunità sul singolo che va letto il fenomeno, certamente usato strumentalmente dal regime ultra-nazionalistico di quegli anni, dei guerrieri kamikaze (letteralmente “vento di Dio”, il vento che aveva respinto le flotte mongole impedendo loro di invadere il suolo giapponese nel XIII secolo). Erano uomini che incarnando lo spirito dei samurai, decidevano di sacrificarsi mettendo gli interessi della comunità nazionale e dell’imperatore che la rappresentava al di sopra del loro legittimo istinto di sopravvivenza.
Anche il fenomeno dei così detti sarariman si può leggere sotto questa luce. Tramontata in maniera pressochè irreversibile l’istituzione della ie ora è l’azienda a sostituirla per quei milioni di impiegati e dipendenti che hanno fatto la fortuna economica del Giappone moderno con la loro fedeltà al nuovo gruppo sociale al cui buon nome e onore consacrare la quasi totalità delle proprie energie mentre all’educazione dei figli (il cui numero è sempre più spesso declinato al singolare) è deputata la sola figura materna. Il contraccambio è il senso di appartenenza e di identità che per un giapponese prima di essere individuale è strettamente legato al gruppo di cui si sente parte.

Ora a questo spirito del Giappone tradizionale da dopo la sconfitta del secondo conflitto mondiale in poi si è dapprima affiancato anche per impulso diretto dei dominatori americani, uno forte influsso che si è espresso attraverso un liberalismo economico e dei costumi che metteva al primo posto la libera iniziativa del soggetto. Tale modo di pensare si è progressivamente imposto in Giappone facendone una potenza economica mondiale e assumendo oltre gli stili di vita dei ricchi paesi occidentali anche i loro punti deboli e le innegabili oscurità. Tutto questo senza tuttavia aver risolto l’aporia tra un paese ancora legato a certi valori tradizionali e l’abbraccio apparentemente onnicompresivo di una modernità importata dall’esterno, in primis dagli USA.
Se trattando del Giappone il conflitto tradizione-modernità risalta in modo del tutto evidente purtuttavia ci troviamo di fronte ad una dialettica che è presente in ogni società umana e spesso assume delle forme anche aspre e conflittuali. Yashujiro Ozu, regista giapponese vissuto tra il 1903 e il 1963, nei suoi film, soprattutto quelli del dopoguerra sceglie di occuparsene posando su questa tematica tutta la sua attenzione e il suo sguardo insieme distaccato e partecipe, alieno da ogni intento accusatorio e polemico o anche rivendicativo ma tuttavia lucido e disilluso rispetto alla superficiale euforia della corsa al cambiamento.
Sappiamo che la verità non si situa mai da una sola parte e non è detto che ciò che chiamiamo “moderno” sia di fatto più rispettoso dell’umano, se è questa una delle caratteristiche che vogliamo dare al termine verità. Il processo di modernizzazione ha senz’altro spinto verso una sempre più decisa presa di coscienza delle possibilità e dei diritti del singolo rispetto il corpo sociale. Ciò permetteva la necessaria distinzione del l’individuo e delle sue esigenze imprescindibili dalla tendenza da parte della collettività di assorbirlo dentro il suo ingranaggio spersonalizzante. In quanto tali le istanze della modernità sono una autentica conquista de pensiero umano.
Ma non è tutto oro quello che luce… certo la modernità è più attenta apparentemente alle esigenze del singolo ma la tradizione difende i valori di contesto, quelli che custodiscono e promuovono i legami sociali e danno le coordinate di senso alla vita degli individui. Ponendosi in una prospettiva più ampia che abbraccia più generazioni riesce ad affrontare i temi più salienti per la vita umana quali l’origine, la responsabilità di ciò che si è ricevuto dalle generazioni passate e quale patrimonio trasmettere a quelle future, gli scopi ultimi, il confronto ineludibile con il male e la morte, ciò che attiene al dopo la propria parabola terrena.
Il conflitto tradizione modernità è presente anche nelle nostre società occidentali e ha conosciuto momenti di forte enfasi e intensità al punto da oscurare anche l’equilibrio della ragione. Si pensi agli anni del ’68 e ai successivi anni ’70 contrassegnati dal conflitto ideologico, anche violento, basato sulle teorie marxiste e anticapitaliste. Allora più che di modernità si parlava con insistenza di una rivoluzione che mirava ad un nuovo ordine sociale ispirato al comunismo dei beni di produzione e al sovvertimento di ciò che era considerato sovrastruttura della società cosidetta borghese come la religione e ogni espressione di una cultura non socialista. E’ in quegli anni che si inizia a parlare anche di rivoluzione sessuale e si assiste all’affermarsi dei movimenti femministi.

Oggi invece è la parola modernità a prendere il sopravvento. Non è la lotta di classe al centro dei dibattiti e degli interessi delle elite che muovono i grandi interessi e i grandi movimenti di opinione ma qualcosa che attraversa maggiormente la soggettività e i luoghi simbolici dove essa viene generata e fatta crescere, cioè la famiglia. Abbiamo così potenti dinamiche anche qui di stampo rivoluzionario, e quindi tendenzialmente intransigenti e dogmatiche che vogliono imporre nuovi modi di leggere l’identità della singola persona, il suo statuto sessuale, i suoi legami originari e simbolici, il nucleo vitale da dove scaturisce la vita che si vuole spogliata da ogni sacralità e che oggi in nome degli imperativi scientisti viene contestata, decostruita e smontata nei suoi elementi di base come in un perverso laboratorio chimico.
Modernità è quindi sempre più sinonimo di primato dell’individuo che in quanto tale si ritrova sempre più spesso isolato e afono di vera comunicazione. Si parla volutamente di individuo e non di persona, termine il cui significato è espressione di una lunga tradizione filosofica e che esprime fondamentalmente un essere in relazione, la cui identità stessa è il frutto a sua volta di una relazione originaria tra due persone. Si tratta però anche di figure simboliche che abitano una differenza non eliminabile in alcun modo.
Modernità è quindi precedenza agli individui slegati tra di loro che privilegiano legami deboli o debolissimi e preferibilmente fanno a meno di un’appartenenza forte ad una comunità più ampia. Modernità è anche sinonimo di crisi dell’appartenenza ad un gruppo sociale.La crisi riguarda anche l’identificarsi con i valori di un corpo comunitario che non sia la semplice proiezione gigantificata del proprio io e dei suoi desideri arbitrari e cioè quanto più slegati e in contraddizione rispetto a quelli che hanno sempre identificato una comunità di persone. La modernità crea individui sciolti da ogni riferimento ad un sistema valoriale che non sia “a la càrte” dato che il criterio unico che rimane è quello dell’utilità e convenienza del momento. Tutto il resto è retaggio di epoche pre-moderne.
Il nemico della modernità da abbattere è quindi individuato oggi in ciò che incarna la memoria dei valori tradizionali, di ciò che nel susseguirsi delle generazioni si è tramandato e si è consegnato da padre in figlio e da madre in figlia rispetto tutto quello che si è sempre considerato imprescindibile conservare per le future generazioni. Quel patrimonio che era assolutamente necessario custodire e che è sopravvissuto grazie alla cura di uomini e donne dotati di sensibilità e lungimiranza attraverso i travagli dei cambiamenti storici e i continui processi culturali, tecnologici, sociali perchè non si perdesse e continuasse a essere preservato per consentire a chi viene dopo di continuare ad essere pienamente umani.

Sistema Bibliotecario Milano > i LABORATORI
Biblioteca Crescenzago
Viale Don Orione 19
Info > 0288465808

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Il cinema di Yasujiro Ozu
(e dintorni)

Due incontri per condividere spunti,
riflessioni e impressioni a partire da
un’opera del grande regista
giapponese

A cura di Davide Bersan

venerdì 6 e 20 maggio 2016
ore 20.30
venerdì 6 e 20 maggio 2016
ore 20.30

Continua l’itinerario intrapreso sul cinema di
Ozu, che questa volta prevede l’esame di un film
del 1936, Il figlio unico, che descrive in maniera
realistica e intensa i sacrifici di una vedova per
permettere al figlio di studiare e di realizzarsi e
del confronto di entrambi con la durezza di una
Tokio desolata e spietata. Ci serviamo anche di
alcune sequenze di Tokio ga di Wim Wenders
per inquadrare l’opera complessiva di Ozu
mediante la voce di alcuni testimoni di primo
piano come Chishu Ryu, Yuharu Atsuta e lo
stesso Wenders. In entrambe le serate le
sequenze dei film, come di consueto, sono
intervallate da momenti di conversazione
guidata.

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Davide Bersan, appassionato di lettura e di cinema
d’autore. Abita in zona. Da alcuni anni si sta dedicando
all’approfondimento dell’arte cinematografica di Yasujiro
Ozu analizzata dentro il contesto storico e culturale della
società nipponica.


Ingresso libero

Mezzi pubblici > M2 (Cimiano), 44, 51, 53, 56
c.bibliocrescenzago@comune.milano.it
www.comune.milano.it/biblioteche
www.facebook.com/SBM.Milano

A MILANO, PRESSO LA BIBLIOTECA CRESCENZAGO IN VIALE DON ORIONE 19 VENERDI 15, 22, 29, GENNAIO E 5 FEBBRAIO 2016 alle h. 20.30:
IL CINEMA DI YASUJIRO OZU. Quattro incontri con Davide Bersan per condividere spunti, riflessioni e impressioni a partire dalla visione di due opere del grande regista giapponese.

Dopo la bella esperienza dello scorso maggio presso la biblioteca di Crescenzago di due incontri serali in cui ho tentato un’introduzione al cinema di Ozu e mi sono servito in particolare dell’opera “C’era un padre” del 1942, ritorno per così dire “sul luogo del delitto” con altri incontri sempre sullo stesso regista.
L’idea è di riprendere non una ma due opere del regista giapponese suddividendole anche questa volta in più sequenze in modo da esaurire il ciclo in quattro serate. Le opere a cui ho pensato sono note a chi conosce il regista perchè rientrano sicuramente tra quelle più significative. Si tratta di “Tarda primavera” del 1949, suo primo grande successo di pubblico e di critica del dopoguerra e film “matrice” a cui Ozu ritornerà più volte per riprendere gli stessi temi anche se rielaborandoli in modi differenti. E il tema centrale è il conflitto che nasce tra un padre e una figlia rispetto alle scelte necessarie che devono preparare il futuro, nella fattispecie si tratta della scelta di Noriko di prendere la via del matrimonio, scelta a cui lei resiste per il timore di lasciare il padre da solo. E’ chiaro che questo tema che pare essere quasi l’ossessione di Ozu, che di fatto ripropone in vari film, poi si legherà ad altri come il difficile passaggio della famiglia giapponese dalla tradizione alla modernità, il distacco dei figli dai genitori, la solitudine degli anziani ma anche la solitudine come tratto della condizione umana. Su tutto questo sovrasta lo guardo contemplativo del regista che attraverso lo scorrere degli eventi ci sintonizza con il flusso incessante dei tempi naturali in cui l’umanità è immersa, tempi di una natura che è immanente e partecipe ma anche “oltre”. Ed è da questo oltre che occorre alla fine guardare agli eventi. Da un tema particolare quindi ci si apre a considerazioni più di tipo universale e questo è tipico del cinema ozuiano.


L’altra opera che prenderò in considerazione è “Il gusto del sakè” del 1962 che è anche l’ultima di Ozu che morirà l’anno seguente. Come anticipavo è un film che ripropone i temi di “Tarda primavera” ma li inserisce in un contesto un pò diverso aggiungendo spunti narrativi e anche varianti. Anche l’ambiente sociale è cambiato, qui si fa i conti con l’impronta marcata di un incipiente sviluppo economico che ha già travolto vari equilibri della famiglia tradizionale. Ma anche il momento artistico di Ozu è cambiato, si avverte che siamo in una fase nuova, lo sguardo è più disincantato e a volte sembra addirittura sfiorato dal cinismo, rappresentato nelle pieghe delle lunghe discussioni tra i vecchi amici. Ciò che rimane forse è l’accettazione mesta e consapevole che si apre ad accenti di commozione profonda di fronte a qualche cosa che si deve compiere, a un ordine che deve essere rispettato, a un disegno che deve essere portato a termine perchè và molto al di là dell’esistenza del singolo. Le lacrime finali di Hirayama sono le lacrime del singolo, dell’uomo che si interroga e che in qualche modo chiede conto della sua esistenza individuale pur all’interno di una natura che nella sua eternità lo comprende e lo riassume in ogni sua più trascurabile espressione. E’ per questo che sono lacrime appena accennate, nascoste, discrete ma tanto potenti da aver smosso un uomo che fin dall’inizio aveva sempre mantenuto un lucido self control.
L’intento degli incontri è di procedere come l’altra volta attraverso l’introduzione delle opere collocandole nel loro contesto socio-culturale e artistico ma appunto dando più spazio alle opere stesse più che alla storia di Ozu che verrà comunque richiamata. Cercherò di guidare la conversazione a scoprire le connessioni e i rimandi tra i due film e di stimolare attraverso la focalizzazione di alcuni temi gli interventi dei presenti e la condivisione delle idee.

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C’è un collegamento tra le pagine di “Ricordi di mia madre” di Inoue Yasushi e i due film di Ozu che scegliamo di considerare: “Tarda primavera” e “Il gusto del sakè”. E’ il tema del rapporto filiale espresso con toni e accenti di un pudore estremo che si equipara solo all’intensita dei sentimenti che allo stesso tempo tace e rivela. E’ anche un’introduzione al modo orientale e in particolare giapponese di dare corpo e voce alle emozioni e ai sentimenti.
Qui ci occupiamo di quelli che scorrono tra figli e padri, nel libro, solo in alcune pagine iniziali, tra un figlio e un padre (il resto del libro è dedicato agli ultimi anni dell’anziana madre), nei due film di Ozu citati, sarà tra una figlia e suo padre.

Ozu non è uno che vuole rimanere alla superficie dei rapporti, come già visto nel suo film del 1942 “C’era un padre” egli vuole arrivare al cuore della relazione, al momento autentico in cui si disvela qualcosa di profondamente umano. Di solito arriva a questo momento attraverso uno o più momenti critici, in cui nell’animo dei personaggi si svolge una crisi che non è eccessivo definire drammatica anche se esternamente pare non succedere quasi nulla. Nel film citato questi momenti potevano essere quei ripetuti distacchi che il bambino deve affrontare rispetto la figura paterna che vede suo malgrado allontanarsi da lui, distacchi che non finiranno con la raggiunta età adulta ma la perdita ineluttabile che generano fa parte della legge della vita che va accettata con serenità lasciandosi colmare di quel sentimento “oceanico” di commozione malinconica e struggente.

Riprendendo il filo che lega la lettura del libro di Yasushi alla visione dei film di Ozu ci accorgiamo che non c’è solo il tema della pietà filiale o comunque di quella partecipazione dei sentimenti e delle complicazioni che ne derivano tra figli e padri ma anche il grande tema della solitudine esistenziale. E’ un tema che troveremo certamente in “Tarda primavera”, dove la scena finale ne è come la quintessenza consegnata alla sublimazione artistica, ma addirittura come prevalente su altri ne “Il gusto del sakè”. Del resto è l’ultimo film di Ozu che morirà l’anno successivo, nel 1963, e il quello stesso anno sarà la sua cara madre ad andarsene, lasciando solo il figlio che con lei viveva nella loro casa di Kamakura.

Nelle pagine di Yasushi c’è il senso di smarrimento che coglie nel momento in cui vengono meno le persone che pur nel loro limite hanno costituito un baluardo di senso e come delle coordinate per navigare nel mare della vita. Il senso di smarrimento indugia nelle riflessioni che l’essere umano da sempre ha coltivato rispetto la fine che tutti ci aspetta e il momento della morte.

Yasushi dice che la morte del padre e il progressivo decadimento mentale della madre gli hanno aperto davanti lo scenario della morte che prima era come velato da un sipario che era la stessa esistenza dei propri genitori. Del padre egli dice “non mi ero prima mai accorto che con il suo vivere mi aveva protetto”, e da che cosa lo aveva protetto se non dal pensiero della morte, della fine di tutte le cose. Era lui infatti in prima linea e questo è il compito di un padre rispetto un figlio, il suo primo compito: proteggerlo dalla morte.

Il tema dello smarrimento di fronte al mistero della vita e della morte è affrontato anche da Ozu che lo coglie nell’atteggiamento del padre che alla fine rimane solo, lui che non ha fatto niente per evitare di rimanere solo, altrimenti avrebbe per egoismo rovinato la vita anche di sua figlia. Il suo agire onestamente per il bene degli altri della famiglia lo consegna di nuovo al suo destino di solitudine. Ma ciò non produce in lui cupa disperazione o una rabbia malcelata perchè ciò che alla fine egli vive è una sorta di tristezza che lo congiunge con una malinconia cosmica che è anche dolcezza e movimento calmo.

Ciò che contempliamo soprattutto nelle scene finali di “Tarda primavera” ma anche de “Il gusto del sakè” è piuttosto l’accettazione serena anche se attraversata da momenti di dolore e di sconforto di ciò che non può non accadere: il prendere la propria strada da parte della figlia che lascia un vuoto incolmabile nella casa e un senso di disgregazione e sfaldamento nella famiglia. E’ l’accettazione pacificata di quello che deve compiersi che come è nato alle stagioni della vita così ora deve seguirne il corso ed essere consegnato al suo destino di maturazione e consumazione. Certo si trata della fine di un percorso, dell’estinguersi di un ciclo naturale, dell’ ineluttabilità di un morire. Ma tutto ciò è tuttavia nell’ordine stesso delle cose che nel loro ciclico morire e rinascere è come fossero governate e custodite da un cuore pulsante di senso.

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Il primo “altro” del bambino è la madre. Con lei vive in totale simbiosi nel suo ventre e anche nei suoi primi mesi di vita. Inizia poi a differenziarvisi gradualmente e in questo processo di differenziazione non è marginale la figura e anche l’intervento del padre. Il bambino (maschio) non può esimersi da questa fatica che è fondamentalmente quella di affrancarsi dalla dipendenza materna. A volte tale dipendenza si configura come identificazione, assorbimento nella personalità materna.

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Inizialmente sarà il confronto che egli subirà in maniera non proprio consapevole con l’altro paterno che lo porrà di fronte alla sua piccolezza e inadeguatezza rispetto alle pretese onnipotenti del suo io di essere l’unico a beneficiare dell’amore materno diventandone l’oggetto esclusivo. Sarà un passaggio doloroso ma salutare per il cucciolo dell’uomo. Sarà quel “no” che il padre gli dirà che gli aprirà poi il varco a innumerevoli “si” rispetto alle sue scelte future nel campo dell’amore e di un corretto rapporto con sé stesso e la realtà. Diventare uomo è quindi paradossalmente attraversare la “castrazione”, è rinuciare altresì al possesso esclusivo della madre, è allontanarsi da lei, dal suo letto, dalle sue “gonne”, è un progressivo distanziarsi dalla sua influenza. E’ riconoscere che la madre appartiene al padre, è la sua donna e che c’è una sorta di abisso generazionale a separarla e a renderla fuori dalla portata. Non c’è crescita nella virilità senza questa serie di passaggi anche difficili e dolorosi a volte, che implicano l’allontanarsi emotivo e psicologico dall’altro materno. “Che ho da fare con te, o donna?” dice Gesù alla madre all’inizio della sua vita pubblica cioè quando il suo compito nel mondo sta per dispiegarsi.

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Anche le parole che leggiamo nel libro della Genesi e che Gesù riprenderà a proposito della discussione sul divorzio: “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola” sono molto chiare su questo punto. Come potrà infatti l’uomo unirsi a sua moglie se prima non avrà “lasciato” sua madre oltre a suo padre? Non sempre è facile e scontato che il distacco avvenga. Occorre che anche la madre lo desideri e lo favorisca e che il padre ci sia in qualche maniera, almeno come presenza simbolica dentro il discorso materno. In tal caso la sua assenza fisica viene compensata dal suo essere presente nella parola della madre che in questo modo gli permette di esserci simbolicamente per il figlio e tra il figlio e lei. E’ necessario dunque che il padre ci sia, certamente, e che svolga il suo compito, non lo eluda, non sia defilato o addirittura assente o incarni una presenza violenta e tirannica.

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La parola del padre

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Se il padre c’è e ama sua moglie, per il suo stesso esserci è monito per il bambino, è ostacolo alla sua brama assoluta verso la madre. E’ anche ostacolo all’oscuro desiderio che spinge la madre a ripiegarsi sul piccolo per colmare antichi bisogni inappagati. Essendo ostacolo è anche legge e norma, orientatore e regolatore del desiderio di entrambi.
Non ci sarà equilibrio né crescita armoniosa senza che la porola del padre sia stata pronunciata all’interno del discorso che tiene uniti la madre e il figlio. Il processo della virilità si aggancia perciò a questa parola “altra” rispetto a quella più consueta e familiare che riecheggia dall’universo materno. Parola quest’ultima addomesticata dall’abitudine e perciò comoda e rassicurante. E’ la parola del padre che muove il figlio verso il suo destino e il suo compito di uomo in questo mondo. Il suo compito virile è necessariamente diverso dal compito che viene assegnato alla donna che deve si allontanarsi dalla madre per differenziarsi da lei e trovare la sua propria strada ma pur sempre nell’alveo di quelle premesse di femminilità da cui si sono dischiuse le origini della sua identità più profonda. La donna lascia la madre per rimanerle vicina perché è anche il suo modello e da lei apprende il suo compito nel mondo. L’uomo lascia la madre per allontanarsene per sempre o almeno finchè il suo compito non lo spinge a situarsi in un campo che è estraneo, opposto, altro rispetto al materno.

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Non è possibile se non da questo campo così “altro” realizzare quella che per lui, uomo, rimane la missione più nobile e alta, cioè essere lui a “creare la madre”. Significa fare alla donna che è al suo fianco il regalo più speciale, quello che appartiene a lui in quanto maschio. Esso può essere colto nella sua bellezza e quindi nel suo pieno significato solo in una prospettiva che esclude la logica dei tornaconti e della manipolazione. Si realizza nel gesto del donarsi ed è ciò che rende possibile alla femminilità di poter fiorire nel prodigio della maternità.


“Pellegrinaggio a Koya” è una poesia che il regista giapponese Ozu Yashujiro ha scritto subito dopo la morte della madre. Egli l’aveva anche definita “come una ninna nanna per le persone anziane”. Ozu aveva circa 62 anni e sarebbe deceduto l’anno successivo nel dicembre del 1963. Aveva trattato in tanti suoi film e lungo tutto il corso della sua lunga carriera di storie di famiglie povere e benestanti, di matrimoni e rapporti coniugali, di relazioni tra le diverse generazioni in epoche travagliate da profondi mutamenti. Lui, profondo scrutatore delle dinamiche familiari e coniugali aveva trascorso da scapolo la sua vita, accanto alla madre.


PELLEGRINAGGIO A KOYA

Per spargere le ceneri di mia madre eravamo giunti sul monte Koya.
Fiocchi di neve nel vento scendevano dal limpido cielo blu sui cedri torreggianti.
I raggi del tramonto illuminavano attraverso gli alberi
le pietre tombali coperte di muschio degli antichi ministri e reggenti.

La candela di una povera donna luccicava nel padiglione interno.
Ancora una volta il fumo degli incensi saliva in spirali dense tra le tardive foglie degli aceri.
Benchè io non sia Ishidomaru la brevità della vita umana,
che galleggia come una bolla sull’acqua, mi opprimeva nel mio assorto stordimento.

Ma i miei pensieri presto scivolarono sugli alloggi per la notte e sul cibo;
eccomi desideroso di mangiare, di bere: non c’era scopo nell’attardarsi.
Scesi dal monte Koya con fretta poco rispettosa.
Qua e là i lampi incendiavano a intermittenza la vita mentre il tramonto scendeva nel monastero.

Sull’altare, lasciato alle spalle, una piccola urna.
Dentro di essa le ceneri di mia madre. Deve sentire molto freddo là dentro.

Frammento del documentario (inedito in Italia) di Kazuo Inoue “Ikite wa mita keredo – Ozu Yashujiro den” Giappone 1983 (You tube)


Ho trovato interessante la riflessione di Stefano Fontana su La nuova bussola quotidiana (www.lanuovabq.it Dalla pillola al gender, la nuova religione) che riprende un articolo della rivista francese Liberté politique a proposito delle teorie sul gender. Esse vegono messe in diretta relazione con le correnti ereticali che hanno pervaso la chiesa e la società nei primi secoli del secondo millennio, in particolare nel Sud della Francia, in Germania e nell’Italia Settentrionale. Il movimento dei catari (alla lettera i “puri”) si metteva apertamente contro le dottrine insegnate dalla Chiesa riferendosi ad eresie ancora più antiche come il manicheismo, che parlavano di due divinità, l’una artefice del Bene e l’altra del Male. Il Bene era rappresentato dall’anima e dall’aspetto spirituale dell’uomo, il Male da tutto ciò che è materiale e corporeo.

Anche la sessualità era dunque originata dal principio malefico e veniva condannata insieme al matrimonio. I “perfetti” non dovevano sposarsi, e a chi non era perfetto erano concessi i piaceri della carne, i quali non coinvolgendo che l’involucro materiale e spregevole, quale era considerato il corpo, e lasciando libero lo spirito, venivano tollerati. Era chiaro il forte dualismo che divideva l’uomo in una parte spirituale-razionale e una parte fisica-biologica.

E’ qui che trovo più forte la similitudine con le teorie gender che negano o minimizzano il valore biologico della distinzione tra maschio e femmina. Relativizzando quindi il dato naturale, che cioè si nasca uomini o donne, esse affermano che le differenze sono solo culturali e quindi successive alla nascita e passibili della scelta arbitraria dell’individuo. La parte razionale plasmata e plasmatrice dalla cultura viene contrapposta alla parte corporea. La sessualità biologica e “naturale” viene ridotta a materia inerte e assolutamente manipolabile, a discrezione delle scelte di una volontà razionale e quindi ideale scissa dal corpo. E’ così ricreato in un certo qual modo il dualismo dei manichei con cui ebbe a soffrire Sant’Agostino nel quarto secolo e dei catari del periodo medievale, i “puri”, coloro che disprezzavano il corpo, la sessualità e la famiglia.

Un altro aspetto di cui parla l’autore è la valenza dogmatica e mai interlocutoria o dialogica di tali teorie che assumono la forma di una “fede” religiosa impugnata in quanto tale come assoluta e tendenzialmente totalizzante il cui intento pare sia quello di ottenere una sorta di ossequio delle coscienze.

L’esito del referendum irlandese sul matrimonio tra persone dello stesso sesso ha suscitato in una personalità della Chiesa la forte espressione “sconfitta dell’umanità”. E’ opportuno chiedersi: quale sconfitta? Forse è l’aver volutamente dimenticato qual’è lo specifico del matrimonio (alla lettera “compito della madre”) assimilandolo ed omologandolo ad un contratto qualsiasi, modificabile a piacimento. A tal proposito trovo interessante la riflessione di Luca Diotallevi di cui riporto uno stralcio tratto da un articolo del Corriere della Sera del 1 giugno 2015:


“Nessun amore è mai una sconfitta. Mai, infatti, i diritti di una persona dipendono da come ama e da chi ama. La sconfitta sta, invece, nella perdita della coscienza della pluralità delle forme di amore (coniugale, amicale, genitoriale, ecc…). La sconfitta è il non saper più riconoscere, anche sul piano legale, la varietà degli amori e le loro differenze. Ciò si verifica inevitabilmente quando ad amori diversi si impone l’unica generica forma del contratto.
In realtà, non è affatto necessario contrattualizzare tutte le relazioni sociali per difendere anche al loro interno i diritti delle persone, soprattutto quelle più deboli. Ad esempio, non dobbiamo pensare come un contratto il rapporto tra un genitore e un figlio per difendere i diritti dell’uno dagli abusi dell’altro.
Se, per un attimo, abbandoniamo il punto di vista laico, ci accorgiamo che ci sono tante forme di amore, ciascuna diversa dall’altra. Ci accorgiamo che, per difendere i diritti delle persone, non serve annullare la differenza tra le varie forme di amore. Semmai, ciò che serve è riconoscere queste differenze, come la Costituzione italiana prescrive e insegna.
Forse unioni civili che siano mera fotocopia dell’istituto del matrimonio tolgono più di ciò che danno. La Costituzione italiana insegna infatti a concepire la Repubblica come un insieme di tanti tipi di relazioni diverse, ciascuna con un proprio profilo istituzionale. Insegna che i diritti si tutelano meglio riconoscendo e responsabilizzando le differenze, non negandole. Questa è la via secolare diversa dalla via laica.”

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